ENTE DEL TERZO SETTORE · RUNTS N. 178084Via Palestrina, Alfedena · 351 536 78 91

Essere soli nell’affrontare la disabilità: il disagio delle famiglie

Ho letto e riletto la storia della famiglia trovata morta a Roma, a Pietralata. Una bambina di cinque anni con una grave disabilità, sua madre, suo padre. Una famiglia cancellata in un gesto estremo e terribile. È un fatto di cronaca che dovrebbe imporci molta cautela. Non conosco quelle persone. Non conosco fino in fondo ciò che accadeva dentro quella casa e non voglio attribuire responsabilità allo Stato o ricostruire motivazioni che spetta agli investigatori accertare. So però una cosa: questa storia mi ha colpito profondamente perché parla, nella sua forma più estrema e tragica, di qualcosa che conosco, la “fatica” quotidiana di prendersi cura di una persona con disabilità.

Mia madre è cieca. Io conosco le difficoltà che questo comporta. Le conosco non attraverso un articolo, un convegno o una dichiarazione politica, ma nella vita di tutti i giorni, e da quelle difficoltà non mi sottraggo. È mia madre e ci sono. Ci sono quando ha bisogno di me, quando qualcosa che per altri è semplicissimo per lei diventa complicato, quando bisogna accompagnarla, aiutarla, organizzare, risolvere un problema, insieme a me c’è anche mio padre e quando possono, perchè abitano in un’altra città ci sono mia sorella e mio fratello. Chi vive accanto alla disabilità conosce una realtà che troppo spesso rimane invisibile agli altri. La disabilità modifica gli equilibri di un’intera famiglia. Modifica gli orari, gli spostamenti, il lavoro, il tempo libero. A volte significa dover programmare persino le cose più banali e soprattutto significa convivere con una preoccupazione continua: sapere che una persona che ami dipende, in misura maggiore o minore, anche dalla presenza di chi gli è accanto.

Io non mi sottraggo e non voglio sottrarmi, ma questo non significa che sia sempre facile… ed è proprio questa distinzione che dovremmo avere il coraggio di fare. Amare qualcuno non cancella la fatica. Si può amare immensamente una madre, un padre, un figlio, un fratello e contemporaneamente essere stanchi. Si può essere presenti ogni giorno e avere paura. Si può fare tutto ciò che è necessario e, qualche volta, desiderare semplicemente che qualcuno venga a dirti: “Per qualche ora ci penso io”. Questo non diminuisce l’amore. Lo rende umano. Non si è stanchi della persona che si sta accudendo, ma di tutto ciò che è intorno… Per questo, davanti alla tragedia di Pietralata, provo sentimenti difficili da mettere in ordine. Non posso giustificare ciò che è accaduto. Una bambina aveva diritto di vivere. La disabilità non rende mai una vita meno degna di essere vissuta e nessuna sofferenza di chi assiste può cancellare il diritto alla vita della persona assistita. Questo per me è chiarissimo…però voglio essere sincero e confesso che faccio fatica anche a limitarmi alla condanna, perché la domanda che continua a tormentarmi è: quanto può diventare profonda la solitudine di chi assiste una persona con una disabilità gravissima?

Esiste una stanchezza che non si vede. Quella di chi deve esserci sempre, di chi non può permettersi di ammalarsi, di chi dorme poco la notte perchè deve vigilare, di chi combatte con documenti, visite, certificazioni, richieste, rinnovi e appuntamenti. Di chi deve spiegare continuamente a qualcuno perché ha bisogno di qualcosa che dovrebbe essere un diritto. Chi combatte per la dignità della persona disabile che ama ed assiste, conosce, anche la paura del futuro. Quando penso ai genitori di persone con disabilità gravissime. Penso a una madre di settant’anni che accudisce un figlio di quaranta. Penso a un padre che ogni mattina si alza sapendo che dovrà continuare a farlo finché il suo corpo glielo permetterà, e penso alla domanda più crudele: “Quando morirò, chi si prenderà cura di mio figlio?” Il “Dopo di noi” non è uno slogan. Per migliaia di famiglie è una paura che dorme nella stanza accanto.

La politica dovrebbe smettere di raccontare balle. Sono stanco delle grandi parole: famiglia, inclusione, fragilità, caregiver, dignità, vita. Sono parole bellissime, ma una parola non accompagna una persona disabile a una visita, non concede qualche ora di riposo a un caregiver, non sostituisce chi assiste una persona ventiquattr’ore su ventiquattro, non elimina una barriera, non risolve una pratica e non costruisce un futuro. I diritti esistono davvero soltanto quando diventano servizi. Altrimenti rimangono inchiostro e chi resta dall’altra parte della scrivania continua ad arrangiarsi.

La famiglia non può essere il welfare gratuito dello Stato. Non possiamo continuare a pensare che basti dire: “Ci penseranno i familiari”. Perché dietro quella parola, familiari, ci sono persone. Persone che invecchiano, che lavorano, che hanno problemi economici, che possono ammalarsi. Persone che possono essere fortissime per dieci, venti, trent’anni e un giorno scoprire di non avere più energie. Non considero la disbilità un peso che renda una vita meno importante, questo deve essere chiarissimo. Al contrario. Proprio perché conosco la disabilità da vicino so quanto sia offensivo misurare il valore di un’esistenza attraverso l’autonomia di una persona. Una persona non vale per ciò che riesce a fare da sola.

Credo profondamente nella dignità delle persone con disabilità, credo però che dobbiamo prenderci cura anche di chi se ne prende cura. Non quando crolla, ma prima, molto prima. Non conosco la verità completa sulla famiglia di Pietralata e non voglio trasformare una tragedia in una specie di “sentenza” costruita sulle emozioni. Quella tragedia, spero che almeno, ci obblighi a guardare dentro migliaia di case nelle quali non è ancora accaduto nulla. Case nelle quali questa sera qualcuno imboccherà un figlio, qualcuno cambierà un pannolone, qualcuno accompagnerà una madre cieca fino al letto, qualcuno preparerà medicine, qualcuno rinuncerà a uscire, qualcuno dormirà poche ore, qualcuno penserà al futuro e avrà paura… ma domani… domani ricomincerà. Quelle persone non hanno bisogno di non essere lasciate sole.

Chiedo diritti. Chiedo uno Stato presente. Chiedo una società capace di comprendere che occuparsi della disabilità significa proteggere contemporaneamente la persona con disabilità e la rete umana che le permette di vivere dignitosamente. Perché arriverà sempre un limite oltre il quale una famiglia, da sola, non dovrebbe essere costretta ad andare. Vorrei porre una domanda molto scomoda: noi, come società, dove siamo mentre tante famiglie combattono ogni giorno da sole? E soprattutto: quante tragedie dobbiamo ancora raccontare prima di capire che la solitudine di chi assiste una persona fragile non è una questione privata? È una responsabilità collettiva.

Ci sono affermazioni che fanno discutere perché toccano qualcosa di profondo: il nostro modo di intendere l’educazione, la responsabilità, il senso stesso del vivere civile.

Quando un insegnante afferma: «Non li denuncio perché è più educativo così», dopo essere stato vittima di un comportamento grave da parte di alcuni studenti, la domanda non è soltanto giuridica. È soprattutto educativa.

Ed è proprio sul piano educativo che, personalmente, trovo questa posizione profondamente sbagliata.

Sia chiaro: un ragazzo che sbaglia non è automaticamente un delinquente. E forse proprio qui sta il punto che troppo spesso sembra sfuggire. Nessuno sostiene che un errore adolescenziale debba marchiare una persona per sempre. Nessuno auspica una società punitiva, vendicativa, incapace di distinguere tra un errore e una vita intera.

Ma esiste una parola che dovrebbe stare al centro di qualsiasi percorso educativo serio: responsabilità.

Una democrazia sana si fonda proprio su questo principio: si può sbagliare, certo. Si può cadere, perdere il controllo, comportarsi male. Ma poi bisogna imparare che ogni azione produce conseguenze. E assumersi quelle conseguenze non è una crudeltà. È educazione.

Il vero problema culturale degli ultimi anni è che troppo spesso abbiamo confuso la comprensione con la deresponsabilizzazione. Comprendere un disagio non significa cancellare le responsabilità. Capire il contesto non vuol dire fingere che ciò che è successo non abbia peso.

Perché il messaggio che rischia di passare è devastante: puoi oltrepassare un limite, umiliare, intimidire, mancare di rispetto, e tanto qualcuno troverà sempre una giustificazione. Sempre un motivo per spiegare, attenuare, perdonare prima ancora che tu abbia davvero compreso la gravità di ciò che hai fatto.

Ma da quando evitare le conseguenze sarebbe educativo?

Educare non significa “fare finta di niente”. Non significa proteggere i ragazzi da ogni impatto con la realtà. Significa accompagnarli nella comprensione dei propri errori e, soprattutto, insegnare che la libertà esiste solo insieme alla responsabilità.

Una denuncia, un richiamo istituzionale, un percorso di responsabilizzazione non trasformano automaticamente un adolescente in un criminale. Al contrario: possono rappresentare il momento preciso in cui un ragazzo capisce che certe azioni hanno un peso reale, prima che sia troppo tardi e prima che la vita presenti conti ben più duri.

Per questo trovo pericolosa una certa idea di “buonismo educativo”, quello che finisce per togliere conseguenze nel nome della comprensione. Un buonismo che rischia di diventare paternalismo e che, invece di aiutare i ragazzi a crescere, li lascia intrappolati nell’idea che qualcun altro sistemerà sempre le cose.

E qui la domanda diventa inevitabile: cosa stiamo insegnando davvero?

Che ogni errore possa essere compreso? Giusto.

Che ogni persona meriti una seconda possibilità? Sacrosanto.

Ma stiamo insegnando anche che le azioni hanno conseguenze? Che il rispetto non è opzionale? Che la responsabilità personale è parte della libertà?

Perché se un insegnante rinuncia proprio a questo passaggio, molto sinceramente, credo che il problema educativo meriti almeno di essere discusso. Non per punire a ogni costo. Ma perché educare non significa evitare il conflitto con la realtà.

Educare significa preparare qualcuno ad affrontarla.

II denti degli antichi abitanti della necropoli sannita di Alfedena potrebbero raccontare molto più della semplice alimentazione. Secondo uno studio pubblicato nel 2016, alcuni segni osservati sui resti umani della necropoli suggeriscono infatti che uomini e donne utilizzassero abitualmente i denti anche per attività quotidiane, quasi come una “terza mano”.

La ricerca ha analizzato 400 denti appartenenti a 23 individui provenienti dalla necropoli sannita di Alfedena, datata tra il III e il V secolo avanti Cristo, concentrandosi su particolari alterazioni dentarie considerate anomale rispetto alla normale usura provocata dalla masticazione.

Gli studiosi hanno individuato quattro tipi principali di lesioni: microfratture dello smalto, incisioni o intaccature sui denti, solchi tra i denti e una particolare usura della superficie interna degli incisivi superiori. Secondo gli autori, questi segni non sembrano essere legati soltanto al cibo consumato, ma anche a comportamenti abituali ripetuti nel tempo.

Uno dei dati più sorprendenti riguarda proprio la frequenza di queste alterazioni. Le microfratture dentarie erano presenti in oltre l’80% degli individui esaminati, mentre le intaccature comparivano in quasi tutti i soggetti studiati. I denti anteriori risultavano particolarmente coinvolti, un elemento che ha spinto i ricercatori a ipotizzare un uso pratico della dentatura durante attività manuali.

Secondo lo studio, questi segni potrebbero essere stati prodotti dal contatto ripetuto con oggetti tenuti tra i denti, forse materiali vegetali fibrosi, strumenti sottili, fibre o altri elementi utilizzati nella vita quotidiana. I ricercatori precisano però che non è possibile stabilire con certezza quali oggetti fossero coinvolti, né identificare esattamente le attività che abbiano causato queste modificazioni.

Interessante anche il confronto tra uomini e donne. Le differenze nella posizione, intensità e distribuzione delle lesioni suggeriscono che i due sessi potessero svolgere attività differenti, utilizzando i denti in modi diversi. Questo potrebbe riflettere una divisione dei compiti all’interno della comunità sannita.

Lo studio evidenzia inoltre che alcuni solchi osservati tra i denti posteriori potrebbero essere legati a pratiche di igiene orale o al tentativo di alleviare fastidi e dolori causati da problemi dentali.

Il quadro che emerge è quello di una popolazione in cui i denti non servivano soltanto a mangiare. Per gli abitanti della necropoli sannita di Alfedena, potevano diventare anche uno strumento quotidiano, usato in attività pratiche che oggi restano difficili da ricostruire con precisione, ma che lasciano ancora tracce visibili dopo oltre duemila anni.

Fonti

Carmen Tanga, Veronica Quinili, Roberta Tinarelli, Ruggero D’Anastasio, Joan Viciano, Non-masticatory dental lesions in the Samnite necropolis of Alfedena (3rd–5th centuries BCE; central-southern Italy), Journal of Paleopathology, 2016.

Ad Alfedena ci sono sapori che non appartengono solo alla cucina, ma alla memoria collettiva di un paese. Uno di questi è la pizzafritta, specialità tipica dell’Alto Sangro e preparazione profondamente legata alla tradizione familiare locale.

Non va confusa con la comune pizza fritta diffusa in molte zone d’Italia. La pizzafritta di Alfedena ha una sua identità precisa, riconoscibile nella forma, nel profumo e soprattutto nell’impasto. Storicamente veniva preparata in occasione dei matrimoni, quando la festa coinvolgeva non solo gli sposi, ma intere famiglie, vicini, parenti e comunità.

La sua particolarità sta negli ingredienti. Alla base dell’impasto, oltre alla farina, venivano aggiunte le uova, i semi di anice e la cannella. Proprio questi aromi le davano quel profumo inconfondibile, caldo e speziato, capace di riempire la casa ancora prima dell’assaggio.

Una volta lavorato l’impasto, la pizzafritta veniva modellata in forma allungata e intrecciata, quasi ad anello, poi immersa nell’olio caldo fino a diventare dorata e fragrante. Era un cibo di festa, ma anche un rito domestico: si preparava insieme, con gesti tramandati più che scritti, affidati alla memoria delle mani.

Nei matrimoni di una volta, la pizzafritta rappresentava molto più di una semplice pietanza. Era accoglienza, abbondanza, augurio. Un modo per dire che la festa era iniziata davvero, con il profumo dell’olio, dell’anice e della cannella che usciva dalle cucine e si mescolava alle voci della famiglia.

Oggi la pizzafritta di Alfedena resta uno di quei piatti che meritano di essere raccontati e custoditi. Perché certe ricette non vivono solo negli ingredienti, ma nei gesti, nelle occasioni e nelle persone che le hanno preparate per generazioni.

La pizzafritta è questo: una spirale dorata di memoria, matrimonio e paese. Un sapore semplice solo in apparenza, perché dentro porta tutta la storia delle cucine di Alfedena.

E voi come la preparate? Nella vostra famiglia si usano ancora uova, semi di anice e cannella? La fate ancora come una volta o avete un piccolo segreto tramandato da nonne e zie? Raccontatecelo nei commenti: certe tradizioni continuano a vivere solo se qualcuno le ricorda e le condivide.

Di fronte alle immagini e alle notizie riguardanti il trattamento riservato agli attivisti della Flotilla giunti in Israele, non possiamo restare in silenzio.

Persone costrette in ginocchio, bendate e ammanettate nel porto di Ashdod, mentre il ministro Itamar Ben Gvir pronuncia parole di scherno come “Benvenuti in Israele”, rappresentano immagini che interrogano profondamente le coscienze democratiche del mondo.

Come associazione impegnata nella promozione della cultura, dei diritti umani, della solidarietà e della dignità delle persone, esprimiamo profonda preoccupazione e ferma condanna verso ogni forma di violenza, umiliazione, tortura e repressione.

Da mesi assistiamo a una tragedia umanitaria devastante che colpisce il popolo palestinese, tra distruzione, migliaia di vittime civili, sofferenze indicibili e gravissime accuse internazionali riguardanti possibili crimini di guerra e violazioni del diritto internazionale umanitario.

Riteniamo inaccettabile qualsiasi forma di disumanizzazione delle persone, così come riteniamo gravissimo colpire o intimidire attivisti impegnati in iniziative umanitarie e civili.

La deriva estremista del governo israeliano rappresenta una ferita profonda ai principi di pace, convivenza e rispetto dei diritti umani che dovrebbero guidare ogni Stato democratico.

Non si può tacere davanti alla sofferenza di un popolo. Non si può tacere davanti alla violenza. Non si può tacere davanti alla negazione della dignità umana.

L’ALCHIMISTA APS esprime la propria solidarietà al popolo palestinese e a tutte le persone che, senza armi, scelgono di stare dalla parte dell’umanità, della pace e dei diritti umani.

Dove si trovava davvero l’antica Aufidena? A fine Ottocento la risposta non era affatto scontata. Anzi, tra studiosi, archeologi e appassionati di storia locale si consumava un vero scontro culturale, fatto di lapidi, iscrizioni latine, reperti romani e interpretazioni spesso opposte.

È in questo clima che nel 1897 viene pubblicato un curioso e oggi quasi dimenticato studio apparso nella Rivista Abruzzese di Scienze, Lettere ed Arti, dal titolo “Castel di Sangro – L’antica Aufidena”, una rassegna artistica stampata a Teramo dalla Tipografia del Corriere Abruzzese. Il testo rappresenta una testimonianza affascinante di come, oltre un secolo fa, si cercasse di risolvere uno dei più grandi interrogativi storici dell’Alto Sangro: Aufidena era davvero l’attuale Alfedena?

Secondo l’autore del saggio, la risposta era sorprendentemente no.

Lo studio sostiene infatti una tesi oggi poco nota: l’antica Aufidena sarebbe dovuta sorgere nell’area dell’attuale Castel di Sangro e non ad Alfedena.

Per dimostrarlo, l’autore costruisce una lunga argomentazione basata sui ritrovamenti archeologici emersi nel territorio di Castel di Sangro. Vengono citati lapidi, statue, iscrizioni latine, lucerne e reperti ornamentali, considerati indizi concreti della presenza di un importante centro romano. Secondo lo studioso, questi materiali mostrerebbero chiaramente che lì esisteva un municipium, cioè una città organizzata amministrativamente, legata alla romana Aufidena, definita anche “capitale dei Caraceni”.

Particolare importanza viene attribuita alle lapidi ritrovate presso la chiesa di San Nicola e nelle aree vicine all’antico castello di Sarò, interpretate come prove dell’esistenza di strutture pubbliche tipiche di una città romana, tra cui un foro e una curia. L’autore si pone una domanda precisa: se Alfedena fosse stata davvero il cuore dell’antica Aufidena, perché questi elementi così centrali per la vita civica romana si troverebbero diversi chilometri più lontano, nell’area di Castel di Sangro?

Il ragionamento prosegue anche sul piano geografico e strategico.

Secondo il testo del 1897, Castel di Sangro avrebbe avuto caratteristiche molto più adatte a una grande città antica: costruita su un colle isolato, dominante il territorio, protetta naturalmente dal fiume Sangro e con un ampio controllo visivo delle vallate circostanti. Una posizione che, nell’ottica militare romana e sannita, avrebbe favorito sia la difesa sia il controllo del territorio.

Al contrario, Alfedena viene descritta come meno favorevole dal punto di vista difensivo, ai piedi del Monte Meta e priva di quel vantaggio strategico che, secondo l’autore, avrebbe dovuto caratterizzare un centro importante come Aufidena.

Lo studio affronta anche altre teorie già presenti all’epoca. Alcuni studiosi ipotizzavano che i reperti rinvenuti a Castel di Sangro appartenessero semplicemente alle propaggini periferiche di un centro principale situato ad Alfedena. L’autore respinge nettamente questa possibilità, sostenendo che i centri amministrativi, politici e religiosi delle città antiche non nascevano in periferia, ma nel cuore dell’abitato, dove si concentravano foro, magistrature e vita pubblica.

Non manca neppure una risposta a una teoria quasi romanzesca dell’epoca: quella secondo cui il fiume Sangro avrebbe trascinato statue e lapidi da Alfedena fino a Castel di Sangro. L’autore liquida l’idea con ironia, osservando che reperti così delicati sarebbero arrivati inevitabilmente corrosi o danneggiati da un trasporto di diversi chilometri nella corrente del fiume.

Nel documento emerge anche un elemento interessante: l’autore non considera la questione chiusa, ma auspica nuovi scavi archeologici che possano finalmente chiarire la disputa. Scrive infatti che una soluzione definitiva sarebbe arrivata solo con ulteriori ricerche sostenute dalle istituzioni locali e dal governo.

Va detto però una cosa importante: questa è una tesi storica del 1897, non una verità definitiva. Oggi gli studi archeologici moderni tendono generalmente a identificare l’antica Aufidena con Alfedena, soprattutto grazie alla vasta necropoli sannita e ai ritrovamenti successivi emersi nel Novecento. Quindi il documento è prezioso soprattutto per capire come gli studiosi di fine Ottocento discutevano e litigavano, scientificamente, sull’origine di Aufidena.

Fonti

Rivista Abruzzese di Scienze, Lettere ed Arti, “Castel di Sangro – L’antica Aufidena”, Fascicolo XII, Anno XII, Teramo, Tipografia del Corriere Abruzzese, 1897.

Nel 1906, in una rassegna dedicata alle più importanti scoperte archeologiche del tempo, gli studiosi europei segnalavano anche Aufidena, l’antica Alfedena, tra i luoghi interessati da indagini di particolare rilievo.

Il testo, dedicato allo stato delle ricerche archeologiche in Italia, riferisce che gli archeologi italiani, mentre riportavano alla luce i templi di Diana e Giunone Lucina a Norba e il tempio di Iside a Benevento, avevano contemporaneamente esplorato “vaste necropoli ad Aufidena e presso Bari”.

La menzione è breve ma significativa: Aufidena viene inserita in un elenco di siti ritenuti degni di nota nel panorama archeologico del periodo, accanto a importanti campagne di scavo svolte in Sicilia, Sardegna e nell’area adriatica.

Secondo il testo del 1906, dunque, l’antica città dell’Alto Sangro era già riconosciuta come luogo di ritrovamenti importanti, in particolare per la presenza di ampie necropoli, cioè vaste aree sepolcrali oggetto di esplorazione archeologica.

Nello stesso resoconto, gli studiosi ricordavano inoltre altre grandi attività di scavo in corso nel Mediterraneo: dalle necropoli di Gela, Caltagirone e Pantalica, agli scavi dell’Acropoli di Siracusa, fino alle migliaia di tombe dell’età del ferro indagate a Santa Lucia d’Istria. In questo quadro, la citazione di Aufidena mostra come il sito fosse già considerato parte di un più ampio interesse scientifico verso le antiche civiltà italiche.

Il documento non fornisce ulteriori dettagli sui reperti emersi dalle necropoli di Aufidena, ma testimonia chiaramente che, già all’inizio del Novecento, il territorio dell’attuale Alfedena era oggetto di campagne archeologiche considerate abbastanza rilevanti da essere segnalate in una delle grandi riviste artistiche e archeologiche europee dell’epoca.

Fonti
Gazette des Beaux-Arts: la doyenne des revues d’art, 3ª serie, tomo XXXV, 1906.
Sezione: “Courrier de l’Art Antique”, riferimento alle esplorazioni archeologiche italiane e alle “vastes nécropoles à Aufidena”.

Quando una storia parla di animali portati illegalmente al macello, io non riesco a leggerla come una semplice vicenda giudiziaria. Non ci riesco perché dietro ogni fascicolo, ogni capo d’accusa, ogni verbale, ci sono esseri viventi trasformati in merce, spostati, registrati, cancellati, resi invisibili.

A febbraio 2025, un’indagine dei Carabinieri del NAS di Perugia ha fatto emergere un presunto sistema illegale tra Umbria e Puglia. Al centro della vicenda ci sarebbero oltre cento cavalli che non potevano essere destinati alla macellazione e che invece sarebbero finiti al macello attraverso documenti falsificati, controlli aggirati e tracciabilità compromessa.

Non parliamo di un dettaglio amministrativo. Parliamo di animali che, secondo l’impianto accusatorio, non avrebbero dovuto entrare nella filiera alimentare. Parliamo di accuse pesanti: associazione a delinquere, falsificazione di documenti ufficiali, maltrattamento di animali, commercio di carne proveniente da animali non idonei al consumo.

Io davanti a tutto questo vedo due ferite. La prima è quella inferta agli animali, ridotti a numeri, corpi, carne, profitto. La seconda è quella inferta ai cittadini, perché quando la tracciabilità viene aggirata e i controlli vengono manipolati, non crolla solo una tutela per gli animali: crolla anche la fiducia nella sicurezza alimentare.

Poi arriva il punto che lascia addosso una sensazione amara. Uno degli imputati principali ha patteggiato: 2 anni e 6 mesi di reclusione trasformati in lavori socialmente utili e un risarcimento di 600 euro.

Se i fatti contestati sono questi, faccio fatica a vedere in una conseguenza simile un messaggio davvero forte. Perché davanti a un sistema che avrebbe portato al macello cavalli non macellabili, che avrebbe messo in discussione documenti, controlli e salute pubblica, una risposta così rischia di sembrare piccola. Troppo piccola.

Non spetta a me sostituirmi ai giudici. Ma posso dirlo da cittadino e da persona che sta dalla parte degli animali: una pena percepita come lieve rischia di indebolire il valore stesso della legge. Rischia di far passare l’idea che tutto questo sia grave sulla carta, ma non abbastanza nella realtà.

Il processo non è finito. Animal Equality è parte civile e continuerà a seguire gli sviluppi insieme all’avvocato e attivista Glauco Gasperini. Ed è importante che questa vicenda non venga ridotta a una parentesi, a un caso tecnico, a una notizia da dimenticare dopo poche ore.

Qui non ci sono solo cavalli traditi.

C’è la sicurezza di ciò che arriva sulle tavole.

C’è il controllo pubblico su una filiera delicatissima.

C’è la credibilità delle istituzioni.

C’è il modo in cui uno Stato decide quanto vale la vita di un animale quando qualcuno prova a trasformarla in guadagno illegale.

Io credo che una società civile si misuri anche da questo: da come protegge chi non può parlare, da come punisce chi aggira le regole, da quanto è disposta a difendere la verità quando la verità viene nascosta dentro un documento falso.

E in questa storia, almeno per ora, la domanda resta sospesa come una ferita aperta: davvero tutto questo può pesare solo poche centinaia di euro?

Tra le pagine di uno studio archeologico pubblicato nel 1905 emerge un’interessante testimonianza sull’antica Aufidena, oggi Alfedena, citata come luogo di importanti rinvenimenti legati all’architettura italica più antica.

Lo studio prende in esame i resti di colonne e strutture rinvenute in diversi siti dell’Italia antica, dedicando una parte specifica ai “due edifici recentemente scoperti in Aufidena”, utilizzati come esempio di una forma architettonica definita “italo-dorica”. Gli studiosi dell’epoca consideravano questi ritrovamenti particolarmente significativi per comprendere l’evoluzione dell’architettura italica. Le osservazioni riportate si basavano anche sui risultati degli scavi e delle comunicazioni archeologiche pubblicate tra il 1901, il 1902 e il 1904.

Secondo la descrizione riportata, negli scavi di Aufidena erano emerse tracce di un ampio edificio, definito dallo scopritore come una “basilica”, destinato probabilmente a sostenere una grande copertura. Per sostenere questa struttura sarebbero state utilizzate colonne di legno, delle quali non rimaneva più traccia al momento degli scavi, ma che erano riconoscibili indirettamente grazie alla presenza di basi in pietra collocate ai piedi delle colonne, ancora in parte conservate nel loro posto originario.

Lo studio sottolinea che tali basi avevano la funzione di sostenere e proteggere le colonne lignee dall’umidità del terreno, e che questo sistema costruttivo veniva avvicinato dagli archeologi ai modelli osservati negli edifici micenei.

Accanto alla basilica, viene citato anche un tempietto scoperto sull’acropoli di Aufidena durante gli scavi del 1902. L’edificio viene descritto come un esempio caratteristico di architettura italica, a partire dal suo orientamento: la facciata era infatti rivolta verso sud, elemento interpretato come conforme al cosiddetto rito italico.

Gli studiosi osservavano inoltre che il tempietto sembrava appartenere a una fase più recente rispetto alla basilica. Nella forma delle colonne appariva infatti una influenza greco-romana, visibile in un capitello dorico considerato comune nel III secolo, pur mantenendo caratteristiche locali più antiche.

Uno degli aspetti più rilevanti messi in evidenza riguarda proprio le basi delle colonne di Aufidena. Le basi, descritte come tronco-coniche e più larghe verso il basso, poggiavano sul terreno ad un livello superiore rispetto all’ultimo filare di blocchi dello stilobate. Gli studiosi riportano che, sulla base delle tracce rinvenute, sopra i blocchi esistesse un battuto d’argilla ricoperto da un tavolato ligneo, ipotesi formulata grazie alla presenza di argilla mescolata a pietrisco finissimo e legno carbonizzato.

Secondo i calcoli riportati nel testo, almeno un terzo della parte conica delle basi rimaneva visibile sopra il pavimento, formando una sorta di zoccolo per le colonne lignee. Questo stesso sistema sarebbe stato mantenuto anche nell’edificio successivo, nonostante lì le colonne fossero ormai di pietra e non avessero più necessità di essere protette dall’umidità del terreno.

Gli studiosi consideravano proprio questo elemento un indizio importante per comprendere la continuità tra forme costruttive più antiche e successive evoluzioni architettoniche, individuando ad Aufidena un esempio significativo della persistenza di tradizioni edilizie locali.

Infine, il testo precisa che questi edifici di Aufidena risultavano ancora inediti nel 1905, anno della pubblicazione dello studio, ma che era stato possibile mostrarne uno schizzo ricavato da una fotografia dell’edicola scoperta sull’acropoli, grazie alla collaborazione tra studiosi impegnati nella documentazione degli scavi. Viene inoltre richiamato uno studio del 1904 dedicato ai recenti scavi di Aufidena, insieme alle comunicazioni archeologiche pubblicate nel 1901 e nel 1902, considerate fondamentali per la ricostruzione dei ritrovamenti.

In questo quadro, Aufidena appare nel racconto archeologico di inizio Novecento come un luogo in cui le tracce materiali di edifici, colonne e sistemi costruttivi venivano considerate fondamentali per comprendere la storia dell’architettura italica antica.

Fonti
Studi e materiali di archeologia e numismatica, Volume III, pubblicato per cura di Luigi Adriano Milani, Firenze, Tipografia Barbèra, Alfani e Venturi proprietari, 1905.
G. Patroni, “Basi alla Micenea in colonne italo-doriche”, in Studi e materiali di archeologia e numismatica, Volume III, 1905, pp. 216-229.
Mariani, “Dei recenti scavi in Aufidena”, 1904, p. 248.
Notizie degli Scavi, 1901, p. 449.
Notizie degli Scavi, 1902, p. 518.
Atti del Congresso internazionale di Scienze storiche, volume V, § 5.

Ci sono animali che l’uomo ha perseguitato non per ciò che facevano, ma per ciò che si raccontava su di loro. Il gipeto è uno di questi. Un grande rapace delle montagne, maestoso, silenzioso, diverso da tutti gli altri. Per anni fu accusato di uccidere agnelli, di minacciare i pascoli, di essere una creatura pericolosa. Una condanna costruita sulla paura, non sui fatti.

La verità era un’altra, e oggi pesa come una ferita aperta: il gipeto non era un predatore di greggi. La sua alimentazione era, ed è, composta quasi interamente da ossa. Non carne fresca, non animali vivi, non agnelli portati via dagli alpeggi. Ossa. Resti di carcasse già morte, raccolti tra rocce e pendii, poi lasciati cadere dall’alto per spezzarli e poterli ingoiare.

Io trovo terribile pensare che un animale così utile all’equilibrio delle montagne sia stato trasformato in un nemico pubblico. Il gipeto ripuliva l’ambiente, chiudeva il ciclo naturale della morte, faceva ciò che la natura gli aveva affidato. E invece fu trattato come una minaccia.

Dal 1875 in Italia venne persino riconosciuto un premio per chi lo abbatteva: venti lire a esemplare. Una taglia vera e propria. Così la superstizione diventò incentivo, l’errore diventò caccia, la leggenda diventò sterminio.

L’ultimo gipeto delle Alpi italiane fu ucciso nel 1913 nell’area del Gran Paradiso. Con quel colpo non morì solo un animale: si spense una presenza antica, cancellata per una colpa mai provata. Anzi, per una colpa falsa.

Solo molti decenni dopo l’uomo ha provato a riparare il danno. Nel 1986 è iniziato un progetto di reintroduzione sulle Alpi, lento, difficile, delicatissimo. Oggi alcuni gipeti sono tornati a volare anche sul versante italiano dell’arco alpino, ma la loro presenza resta fragile. Una specie eliminata in pochi decenni ha bisogno di generazioni per ritrovare spazio, sicurezza, fiducia.

Per quanto riguarda Alfedena e il Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise, non risultano presenze stabili o nidificazioni documentate del gipeto. Si può parlare, al massimo, di possibili passaggi occasionali o avvistamenti rari nell’Appennino, ma non di una popolazione residente nel PNALM. Su questo punto è importante essere prudenti: il gipeto è soprattutto legato oggi ai progetti alpini di reintroduzione.

Questa storia, però, riguarda anche noi. Perché ogni volta che un animale viene giudicato sulla base di una diceria, ogni volta che la paura sostituisce la conoscenza, il rischio è sempre lo stesso: distruggere ciò che non abbiamo nemmeno provato a capire.

Il gipeto non rubava la vita. Restituiva pulizia alle montagne.

E noi, per troppo tempo, abbiamo sparato contro un innocente.

Ci sono ritorni che non fanno rumore. Non arrivano con annunci, fanfare o tagli di nastro. Arrivano di notte, lungo una riva umida, dentro l’acqua fredda, tra le radici dei salici e il respiro scuro del bosco. Il ritorno della lontra nel Sangro è uno di questi.

Per anni ho raccontato i fiumi come se fossero soltanto geografia: una linea blu sulle mappe, un nome nei libri, un confine tra un paese e l’altro. Ma un fiume non è una riga. Un fiume è un corpo vivo. Ha vene, ferite, memoria. E quando una lontra torna a nuotare nelle sue acque, significa che quel corpo non è morto. Significa che, nonostante tutto, la natura sta ancora provando a guarire.

Nel territorio del Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise la lontra era praticamente scomparsa da decenni. Una perdita silenziosa, di quelle che fanno meno notizia di un incendio o di una frana, ma che raccontano lo stesso disastro: fiumi impoveriti, habitat spezzati, acque disturbate, rive trasformate, natura costretta ad arretrare. Poi, lentamente, qualcosa è cambiato.

La presenza della lontra nel bacino del Sangro è stata confermata dal Parco. Gli studi più recenti parlano di una piccola popolazione stabile, stimata in circa 10-12 individui nel territorio monitorato. Numeri fragili, certo. Numeri che non autorizzano trionfalismi. Ma numeri enormi, se penso che per oltre quarant’anni la sua presenza era rimasta poco più di un’assenza. Dieci, dodici lontre non sono soltanto un dato scientifico. Sono una speranza che nuota. Sono la prova che la natura, quando non viene soffocata del tutto, cerca ancora una strada. E la strada della lontra è l’acqua.

Il cuore di questa storia è il Sangro. Il Sangro nasce nell’Alto Parco, attraversa Pescasseroli, Opi, Villetta Barrea, Barrea, poi scende verso Alfedena e prosegue il suo viaggio fino all’Adriatico. È una grande arteria naturale, un corridoio ecologico che unisce montagne, gole, laghi, boschi e vallate. Per la lontra, il Sangro non è soltanto un fiume. È casa possibile. È via di ritorno. È rifugio, caccia, movimento, futuro.

Dove l’acqua resta pulita, dove le sponde non vengono violentate dal cemento, dove la vegetazione ripariale viene lasciata vivere, dove il pesce c’è ancora e il disturbo umano non diventa padrone, la lontra può tornare. E il suo ritorno mi obbliga a una domanda semplice: siamo disposti a meritare questa presenza?

Perché poi c’è Alfedena. E c’è il Rio Torto. Il Rio Torto nasce nell’area dei Monti della Meta e scende verso Alfedena attraversando ambienti preziosi, freschi, ombrosi, ancora capaci di custodire bellezza. È un affluente del Sangro e confluisce proprio nel territorio alfedenese. Questo significa una cosa molto importante: se il Sangro è la grande strada della lontra, il Rio Torto potrebbe diventare una delle sue deviazioni naturali più delicate e affascinanti.

Devo dirlo con onestà: ad oggi non risultano conferme ufficiali pubbliche di una presenza stabile della lontra nel Rio Torto. Non posso trasformare un desiderio in certezza. Non posso usare la natura come scenografia dei miei sogni.

Ma posso ascoltare ciò che il territorio suggerisce.

Il collegamento tra Sangro e Rio Torto esiste. L’ambiente, in diversi tratti, è favorevole. La lontra segue i corsi d’acqua, esplora, risale, cerca cibo, riparo, tranquillità. Non conosce i confini dei Comuni. Non sa dove finisce una proprietà e dove comincia un’altra. Conosce solo il linguaggio antico dell’acqua pulita.

Ed è per questo che il sogno non è assurdo. È un sogno ecologico, concreto, possibile.

Immaginare la lontra che dal Sangro arriva al Rio Torto significa immaginare un territorio che torna a essere connesso. Significa vedere i fiumi non come canali da sfruttare, ma come corridoi di vita. Significa capire che ogni torrente, ogni riva, ogni tratto di vegetazione lasciato in pace può diventare un passaggio per la fauna selvatica.

Dove potrebbe arrivare questa colonizzazione?

Potrebbe consolidarsi lungo il tratto alto del Sangro. Potrebbe interessare le zone più tranquille verso Alfedena. Potrebbe spingersi negli affluenti meglio conservati, come il Rio Torto, se l’ambiente resterà adatto. Potrebbe rafforzare, nel tempo, una rete naturale dell’Alto Sangro in cui la lontra non sia più un’apparizione rara, ma una presenza possibile, rispettata, protetta.

Ma non accadrà da sola.

O meglio: la lontra può tornare da sola, ma può restare solo se smettiamo di distruggere ciò che la tiene in vita.

Servono fiumi puliti. Servono scarichi controllati. Servono rive rispettate. Serve non trasformare ogni corso d’acqua in un problema idraulico da raschiare, tagliare, semplificare. Serve lasciare spazio alla vegetazione, agli insetti, ai pesci, agli anfibi, agli uccelli, ai mammiferi. Serve capire che un fiume troppo ordinato spesso è un fiume impoverito.

La natura non ha bisogno della nostra retorica. Ha bisogno della nostra rinuncia al dominio.

E allora il ritorno della lontra nel Sangro dovrebbe commuovermi, sì, ma anche responsabilizzarmi. Perché non basta emozionarmi davanti all’idea di un animale meraviglioso che torna. Bisogna poi difendere l’acqua in cui torna. Bisogna opporsi all’abbandono dei rifiuti, agli interventi inutilmente aggressivi, all’inquinamento, alla logica per cui ogni spazio selvatico deve essere addomesticato.

Una lontra nel Sangro non è una cartolina. È un giudizio.

Mi dice che lì, almeno in parte, il fiume respira ancora. Ma mi dice anche che tutto può essere perduto se non impariamo a guardare questi luoghi con più rispetto.

Io sogno una lontra che una notte risale dal Sangro verso il Rio Torto. La sogno mentre scivola nell’acqua senza chiedere permesso, mentre attraversa il buio con la sicurezza antica degli animali liberi. La sogno perché quel passaggio direbbe qualcosa di noi. Direbbe che non abbiamo distrutto tutto. Direbbe che Alfedena custodisce ancora una possibilità selvatica. Direbbe che il futuro non deve per forza essere più povero del passato. Ma perché quel sogno diventi realtà, dobbiamo proteggere i fiumi adesso. Non domani. Non quando sarà troppo tardi. Non quando la lontra sarà di nuovo soltanto un ricordo. Adesso.

Perché quando una lontra torna in un fiume, non torna soltanto un animale. Torna la voce dell’acqua. Torna la dignità di un ecosistema. Torna una promessa fragile, bellissima, che posso ancora scegliere di non tradire.

Ci sono luoghi che si mostrano subito, quasi con orgoglio. E poi ce ne sono altri che sembrano custodire sé stessi, come un segreto raccontato solo a chi ha voglia di rallentare davvero. Ad Alfedena, la passeggiata fluviale del Rio Torto appartiene a questa seconda categoria.

Chi non la conosce potrebbe immaginare il solito percorso naturalistico. E invece basta imboccare la passerella per capire che qui c’è qualcosa di diverso. Qualcosa che sorprende.

Il cammino si insinua tra pareti rocciose, archi in pietra e vegetazione che sembra voler riprendersi ogni spazio. L’acqua scorre sotto, viva, presente, incessante. Il rumore del Rio Torto accompagna ogni passo come una colonna sonora naturale che finisce quasi per coprire i pensieri.

In alcuni tratti si ha persino la sensazione di entrare in un luogo sospeso, quasi nascosto agli occhi frettolosi. Le rocce stringono il percorso, gli alberi si piegano verso il torrente, il verde si aggrappa alle pareti creando un’atmosfera che ha qualcosa di antico, quasi selvatico. Eppure tutto questo si trova lì, ad Alfedena, a pochi passi dalla quotidianità del paese.

Forse è proprio questo il fascino del Rio Torto: non cerca di stupire. Lo fa e basta.

Per me questa passeggiata è un luogo del cuore. Mi piace percorrere il percorso per una semplice camminata, ritrovare un po’ di silenzio, per respirare lontano dalla fretta ed anche nei momenti in cui ha bisogno di mettere ordine nei pensieri.

Perché ci sono posti che sembrano fatti apposta per ricordarci una cosa semplice: non sempre bisogna andare lontano per trovare bellezza, e forse il Rio Torto racconta anche qualcosa di più profondo su Alfedena. Racconta un paese che ancora conserva angoli autentici, dove natura e memoria convivono senza clamore. Dove il tempo sembra rallentare abbastanza da permettere ancora una cosa rara: ascoltare il suono dell’acqua e sentirsi, per qualche minuto, parte del paesaggio.

Casa dei Pazzi Montanari, un rifugio di serenità nel cuore di Alfedena

A pochi passi dalla passeggiata fluviale del Rio Torto e accanto alla Chiesa dei Santi Pietro e Paolo, Casa dei Pazzi Montanari è uno di quei luoghi che sembrano nati per accogliere chi cerca una pausa vera. Non solo un posto dove dormire, ma un piccolo rifugio di quiete, nel cuore più autentico di Alfedena.

La posizione è uno dei suoi punti di forza: da una parte il fascino raccolto del centro storico, dall’altra la possibilità di raggiungere in pochi minuti la passeggiata fluviale, dove l’acqua, la roccia e il verde raccontano un volto intimo e sorprendente del paese. Una cornice ideale per chi desidera vivere Alfedena senza fretta, camminando tra vicoli, natura, silenzi e scorci di montagna.

A rendere speciale Casa dei Pazzi Montanari è anche l’accoglienza. A gestirla troverete Cristina, con la sua gentilezza, empatia e cordialità: qualità preziose, capaci di trasformare un soggiorno in un’esperienza familiare e sincera. Perché l’ospitalità, quando è fatta con cura, non si limita a consegnare una chiave: apre una porta.

Casa dei Pazzi Montanari è una casa vacanze pensata per chi cerca serenità, calore e semplicità elegante. È ideale per trascorrere un bel periodo di vacanza ad Alfedena, sia per chi vuole scoprire il paese e i suoi angoli nascosti, sia per chi desidera partire alla scoperta delle bellezze dell’Alto Sangro.

Qui il soggiorno diventa parte del viaggio: una casa accogliente, un paese da vivere, una passeggiata d’acqua a due passi e quella sensazione rara di sentirsi, anche solo per qualche giorno, nel posto giusto.

Casa dei Pazzi Montanari: Via Casili, 3, Alfedena – Contatto: 392 642 8602