Ottobre 2017

volti
volti lungo i muri
fotografie senza sogni o futuro
numeri incisi
scalini consumati dai passi
dolore e morte
orrore silenzioso
così facile riconoscerlo nella quiete di questo giorno di ottobre
puzza
qui bruciavano le persone
puzza
nessuna partenza
la vita finiva qui
questo non è un luogo
è una tomba
nel vento il ricordo vola in alto come la cenere
nel silenzio la terra raccoglie la tempesta
sporcizia
resti umani
volti dietro le finestre
nessuna partenza
la vita finiva qui

(mia poesia del 2017)

Entrare ad Auschwitz in una giornata limpida di ottobre è un’esperienza che stona con tutto ciò che ci si trova davanti. Il sole caldo, la luce che sembra voler scaldare le pareti, non riescono a cancellare il gelo che sale dallo stomaco appena si varca il cancello. È come se il tempo si fosse fermato, come se un’enorme mano invisibile avesse messo in pausa il mondo intero proprio qui, lasciando sospesa un’eco di sofferenza che non svanisce.

Mentre la guida parla, mentre racconta storie che conosci già e che pensavi di essere pronto ad ascoltare, ti accorgi che non eri pronto affatto. Nessuno lo è. Le parole arrivano, ma sono i luoghi a ferire. Le fotografie dei prigionieri, appese ai muri, ti guardano. Non sono immagini: sono persone che ti entrano dentro. I loro occhi ti seguono, ognuno porta con sé una vita spezzata, un nome che non si sente più pronunciare, una storia interrotta troppo presto.

Le sale piene di oggetti personali, le valigie con il nome scritto sopra, le scarpe consumate, gli occhiali storti, fanno più male delle parole. Sono cose che potresti avere anche tu in casa, sono frammenti di normalità strappati a chi non ha fatto in tempo a capire cosa stava accadendo. E quei capelli… una stanza piena. Nessuna immagine, nessun documentario ti prepara a quella vista. È il momento in cui capisci davvero la portata dell’annientamento.

A Birkenau, poi, tutto diventa gigantesco. Le baracche si perdono all’orizzonte. Cammini e hai l’impressione che non finisca mai. In quel vuoto immenso sembra quasi di vedere ombre dietro le finestre, figure magre che ancora chiedono di essere ricordate. E mentre cammini su quei binari che non portavano a nessuna partenza, ti rendi conto che qui la vita non riprende: qui resta sospesa.

Viaggiare da soli rende tutto più intenso. Non hai nessuno con cui dividere quel peso, nessuno che possa alleggerire il nodo alla gola. Le emozioni si amplificano, ti entrano dentro e non sai dove metterle. Auschwitz è un luogo che non osservi da fuori: ti avvolge, ti inghiotte, ti toglie l’aria. È un luogo in cui senti fisicamente che il male non è un concetto astratto: è qualcosa che ha lasciato impronte reali, che ha impregnato mura e pavimenti.

La memoria, in un posto così, non è una parola da libri di storia: diventa qualcosa di sacro. Diventa un dovere. Perché senza memoria siamo fragili, manipolabili, ciechi. Senza memoria gli orrori si ripetono. Senza memoria l’odio torna a germogliare, travestito da ideologie, da paura, da propaganda.

E poi c’è la vita fuori da Auschwitz, quella che scorre a Cracovia, che cerca di convivere con la storia. Come l’incontro con quella donna anziana, i capelli bianchi, gli occhi chiari. Quando mi ha chiesto “Why did you come to Krakow?”, non pensavo che la mia risposta – “Because I want to understand” – potesse commuoverla. E invece mi ha abbracciato. Un abbraccio vero, forte, come se ringraziasse per qualcosa che non sapevo di aver fatto.
«Welcome to my Krakow», ha sussurrato.
Un gesto semplice, ma capace di accendere qualcosa.

Forse è proprio questo che rimane dopo un viaggio così: la consapevolezza che capire non è mai abbastanza, ma è l’unico punto da cui si può partire. Non si può parlare della Shoah liquidandola come follia. Non fu follia, non fu caos: fu un progetto lucido, organizzato, portato avanti con freddezza. Come a Vilnius, dove i ghetti furono creati e distrutti con una precisione spietata.
Milioni di vite eliminate con metodo.

Uscendo da Auschwitz–Birkenau senti che qualcosa in te è cambiato. È un cambiamento che non sai spiegare, ma che rimane. Le lacrime, il silenzio, il nodo in gola: sono segnali che la memoria è entrata, e che non se ne andrà più.
E forse questo è l’unico modo per onorare chi non può più parlare: lasciare che la loro storia continui a vivere dentro di noi.
(pubblicato oggi 13 novembre anche sul sito de L’ALCHIMISTA