Foto dell’interno della Casa dell’Angolo di Riga (Stūra māja), precisamente di una stanza del KGB. Dalla disposizione si riconosce: la scrivania originale del funzionario o dell’interrogatore, il telefono d’epoca (un dettaglio autentico e simbolico, usato per le comunicazioni interne del KGB), i fascicoli e fogli d’archivio sul tavolo, e sul muro, le fotografie segnaletiche di prigionieri o sospetti politici. L’ambiente, spoglio e scrostato, è conservato proprio così nel percorso museale, per mostrare il realismo dei luoghi e la freddezza burocratica del potere. È una delle sale più evocative e inquietanti del museo, perché restituisce la quotidianità dell’apparato repressivo senza alcun filtro scenografico.

Alcuni anni fa ho viaggiato e vissuto a lungo nell’Europa dell’Est, spinto dal desiderio di comprendere davvero quei luoghi dove la storia non è solo scritta, ma si respira.
Ho camminato per città che portano ancora cicatrici visibili, ho ascoltato i loro silenzi, ho toccato muri che sembrano trattenere voci.
Da queste esperienze è nata l’idea di scrivere un reportage–diario, per raccontare ciò che ho potuto vivere nei luoghi della memoria: spazi dove il passato non dorme, ma continua a interrogare chi li attraversa.



Tra questi, uno dei più intensi è stato senza dubbio la Casa dell’Angolo di Riga, l’edificio che per decenni fu simbolo della paura e del potere, e che oggi rimane una delle testimonianze più forti della storia del Novecento.

Certe città hanno una memoria che non si legge nelle targhe turistiche, ma si sente nell’aria, nel silenzio che aleggia attorno a certi edifici.
Riga, con le sue facciate eleganti e il suo cuore baltico, nasconde tra le pieghe del centro uno di questi luoghi: la Casa dell’Angolo, in lettone Stūra māja, al numero 61 di Brīvības iela.
Chi la conosce la chiama semplicemente la Casa, come se bastasse quel nome per evocare paura e rispetto.
Quando l’ho visitata, in una giornata fredda e umida, mi è sembrato di entrare non in un museo, ma in un varco nel tempo.

L’edificio, con la sua architettura neoclassica severa e anonima, si affaccia sull’incrocio di Brīvības e Stabu.
È imponente, ma non grandioso: sembra voler nascondere più che mostrare.
Eppure, dietro quelle finestre un tempo oscurate, si sono scritte alcune delle pagine più dolorose della storia lettone del Novecento.
Durante la seconda guerra mondiale, l’edificio fu occupato dai nazisti e ospitò uffici amministrativi e organismi collaborazionisti locali, mentre nelle strade intorno si consumava l’Olocausto.
Poi, nel 1944, quando l’Armata Rossa tornò a occupare la Lettonia, la Casa dell’Angolo divenne la sede del KGB: da quel momento, per decenni, divenne sinonimo di terrore.
Bastava ricevere un ordine di comparizione da quell’indirizzo per sapere che non ci sarebbe stato ritorno.

Entrarci oggi, dopo aver letto e sentito tanto su di essa, è un’esperienza che ti scava dentro.
Il tour comincia in silenzio, accompagnato da una guida che parla piano, come per rispetto dei muri.
Si attraversano corridoi spogli, uffici dove i funzionari del KGB compilavano i documenti, poi si scende lentamente verso il seminterrato.
Lì si apre un mondo sospeso tra realtà e incubo: le vere carceri della Casa dell’Angolo, conservate com’erano.

Le celle sono piccole, umide, spoglie.
In alcune non entra neppure la luce.
C’è odore di cemento e ferro.
Le porte sono quelle originali, con feritoie e spioncini, e sopra ognuna un numero inciso.
La guida spiega che in quelle stanze potevano essere rinchiuse fino a venti persone insieme, in piedi, a volte per giorni.
Nei muri si leggono ancora nomi e date graffiati con chiodi o pietre, parole in russo, in lettone, in polacco, segni lasciati da chi sapeva di non uscire più.
Alcuni disegnarono croci, altri solo un numero.
Sono testimonianze mute ma feroci, più potenti di qualsiasi documento.

C’è anche la cella di isolamento, uno spazio grande quanto un armadio.
La luce filtra da una piccola feritoia, e si resta soli, come dovevano esserlo i prigionieri che lì dentro passavano settimane intere.
Ogni passo nella prigione sembra pesare di più.
Si sente l’acqua che scorre nei tubi, un rimbombo leggero.
È impossibile non pensare alle voci che un tempo riempivano quei corridoi, agli interrogatori che avvenivano nella stanza accanto — una stanza degli interrogatori ancora arredata con tavolo, sedia, lampada e fotografie originali.

Ma il luogo che toglie il respiro è l’ultimo, la stanza delle esecuzioni.
Un piccolo locale chiuso, rivestito di piastrelle bianche.
Lì venivano condotti i prigionieri dopo la “sentenza”.
Un colpo alla nuca, poi il corpo veniva portato via attraverso una porta secondaria, verso un cortile interno.
Niente monumenti, niente parole, solo l’eco del vuoto.
Dentro quella stanza il tempo sembra fermarsi: ogni suono scompare, come se anche l’edificio avesse imparato a tacere.

Eppure, la cosa più sconvolgente non è il luogo in sé, ma il suo contrasto con la vita fuori.
Appena esci dal seminterrato, torni alla luce del cortile interno, e senti le voci della città, le auto, i passi dei passanti.
Riga continua a vivere sopra quelle mura, come se nulla fosse.
È una sensazione straniante, un cortocircuito tra presente e passato.
Ho alzato lo sguardo verso le finestre e mi sono chiesto quante persone, abbiano guardato la stessa luce sapendo che non l’avrebbero più rivista da libere.

Il percorso museale è curato con rispetto e misura: non spettacolarizza il dolore, non giudica, ma lascia parlare i luoghi.
Ogni piano racconta un periodo diverso, con documenti, fotografie e filmati.
In una sezione si ricorda anche l’uso dell’edificio durante l’occupazione nazista, a testimonianza di come il potere, con nomi diversi, possa sempre trasformare uno spazio in strumento di paura.
È questa continuità che colpisce: la Casa dell’Angolo non è solo la casa del KGB, ma un simbolo universale della fragilità della libertà.

Mentre uscivo, ho notato la targa esterna che ricorda le vittime.
Un piccolo segno di pietà in mezzo al traffico cittadino.
Ho pensato che ogni città dovrebbe avere un luogo così, dove il tempo non copre ma rivela, dove la memoria non serve solo a ricordare, ma a capire.
Riga non ne ha fatto un museo macabro, ma un monumento silenzioso al coraggio e alla resistenza.

Camminando via, lungo Brīvības iela, il cielo cominciava a tingersi di rosa.
Dopo aver attraversato le celle, quel colore mi è parso quasi irreale, come se la città stessa volesse offrire una carezza dopo tanta durezza.
La Casa dell’Angolo non è solo un edificio: è un monito, una ferita, un confessionale.
E chi la visita non ne esce come prima.
Porta con sé il peso di una storia che non appartiene solo alla Lettonia, ma all’intera umanità ed a quella parte di noi che, pur nel buio, continua ostinatamente a cercare la luce.