Da anni i videogiochi vengono guardati con sospetto: per alcuni sono sinonimo di isolamento, distrazione e perdita di tempo, per altri invece un mezzo di espressione e relazione. La verità, come spesso accade, non si trova negli estremi ma nel modo in cui questi strumenti vengono utilizzati. All’interno di un’associazione come L’ALCHIMISTA, il videogioco non rappresenta un ostacolo alla socialità, bensì una nuova occasione di condivisione. La pratica del “turnare”, cioè rispettare i tempi e dare spazio agli altri, consente di mantenere un equilibrio tra attività diverse e rende il momento ludico digitale parte integrante della vita di gruppo. Il videogioco diventa così un mezzo moderno al servizio di un valore antico: la socializzazione.
Gli studi internazionali confermano che l’esperienza videoludica può avere risvolti positivi. La ricerca di Gentile e colleghi ha dimostrato che giocare a videogiochi prosociali aumenta i comportamenti altruistici, mentre una meta-analisi recente ha evidenziato che il social gaming soddisfa bisogni fondamentali di connessione e cooperazione. L’Università di Oxford, con un’indagine basata su dati reali di gioco, ha mostrato che migliorarsi in un videogioco e vivere connessioni con altri giocatori contribuisce al benessere soggettivo, mentre uno studio del National Institutes of Health negli Stati Uniti ha osservato come i bambini che giocano regolarmente ottengano risultati migliori nei test di memoria e controllo degli impulsi. Anche nel campo dell’inclusione sociale, i videogiochi online hanno dimostrato di offrire uno spazio in cui persone timide o in difficoltà nelle relazioni riescono a sviluppare legami significativi. Naturalmente, esistono anche studi che mettono in guardia dall’abuso: un uso non regolato o eccessivo può interferire con lo sviluppo, ma questo rafforza l’idea che non sia lo strumento in sé a essere dannoso, quanto il modo in cui viene gestito.
A dimostrazione che il videogioco ha un valore culturale riconosciuto, alcune biblioteche prestigiose hanno deciso di inserirlo nelle proprie collezioni. La Library of Congress negli Stati Uniti conserva migliaia di videogiochi insieme a materiali correlati, considerandoli parte integrante del patrimonio culturale del Paese, mentre il progetto “Game Canon” mira a selezionare e preservare titoli di rilevanza storica e artistica. In Italia, l’Associazione Italiana Biblioteche ha promosso iniziative come “International Games Week / Your Library” per introdurre i videogiochi nelle biblioteche come strumenti di inclusione e attrattiva verso un pubblico giovane, ma non solo. Esperienze simili si trovano anche in altre biblioteche pubbliche, che hanno inserito spazi e attività videoludiche accanto ai libri, superando l’idea che il videogioco sia soltanto intrattenimento.
L’esperienza di un’associazione come L’ALCHIMISTA dimostra che il videogioco può convivere con altri giochi da tavolo, attività culturali e momenti aggregativi tradizionali, senza sostituirli ma arricchendoli. La chiave sta nel rispetto delle regole, nei turni condivisi, nell’alternanza tra attività e nell’obiettivo di rendere l’esperienza collettiva e non individuale. In questo modo, il videogioco non è un fattore di alienazione, bensì uno strumento che favorisce il dialogo tra generazioni, la creatività e la coesione del gruppo.
Demonizzare i videogiochi, quindi, non significa proteggerci da un pericolo, ma rinunciare a un’opportunità. Ogni epoca ha avuto i suoi passatempi guardati con sospetto: dai fumetti al cinema, fino alla televisione. Oggi tocca ai videogiochi subire lo stesso destino, ma le evidenze scientifiche e culturali ci dicono che si tratta di un pregiudizio. Non conta cosa si gioca, ma come e con chi lo si fa. E in un mondo che ha sempre più bisogno di luoghi di incontro, anche virtuali, i videogiochi possono diventare un moderno strumento di socialità e cultura condivisa.