Alex Jeffrey Pretti aveva 37 anni, faceva l’infermiere. Non era un criminale, non era una minaccia. Aveva una fotocamera in mano e il difetto più intollerabile nell’America di Trump: non sapeva girarsi dall’altra parte.
E non è bastato l’omicidio di Renee Nicole Good. Non è bastato il sangue già versato. Non è bastato il copione già visto, già denunciato, già documentato. Questa macchina continua a schiacciare, e continua a farlo con la stessa arroganza: quella di chi si sente intoccabile.
Alex è stato buttato a terra, immobilizzato, picchiato. Poi gli hanno sparato mentre era già bloccato, inerme. Dieci colpi alla schiena. Per favore non osate definirlo “incidente”. Non definitelo “eccesso”. Quello che è accaduto ha una definizione precisa: esecuzione. È il volto reale del potere quando si sente autorizzato a fare qualunque cosa: colpire, mentire, uccidere, infangare la vittima e pretendere persino gli applausi.
Trump, quegli applausi, li pretende davvero. Perché dopo la morte di Pretti il copione è sempre lo stesso: l’amministrazione prova a riscrivere tutto, a trasformare l’uomo ucciso in un “pericolo”, a vendere l’omicidio come necessità. E poi arriva lui, Trump, il presidente che sta mandando in malora tutto, che alimenta odio, guerre e violenze, e chiama “patrioti” quelli che hanno premuto il grilletto.
Patrioti. La parola più prostituita di tutte. Usata come bandiera per coprire la brutalità, come timbro per rendere “giusto” l’ingiustificabile. I patrioti di Trump non sono difensori della libertà: sono le sue SS moderne, convinte che lo Stato possa sparare a chi osserva, a chi soccorre, a chi documenta. Convinti che la violenza non sia un fallimento, ma un merito.
E l’ipocrisia non si ferma ai confini americani: è globale. Perché a questa retorica tossica del “patriota” si accoda sempre qualcuno anche dall’altra parte dell’oceano. In Italia c’è Giorgia Meloni, che sui social urlava “patrioti” come fosse un’identità pulita, nobile, quasi sacra, ed è sempre pronta a inseguire Trump, a giustificarlo, a rincorrere la sua idea di forza e ordine come se fosse politica e non propaganda.
Sono troppi quelli che invocano “patriottismo” mentre calpestano i diritti. Troppi quelli che pretendono silenzio quando i corpi si accumulano. E lo abbiamo già visto: quando si parla di violenza non serve nemmeno guardare solo all’America. Basta guardare come Meloni ha chiuso gli occhi davanti alla tragedia palestinese, davanti a un popolo schiacciato e trattato come danno collaterale. Stessa logica, stesso cinismo: chi è considerato “scomodo” può essere sacrificato.
Alex Pretti è morto perché l’America di Trump sta diventando un posto dove la verità è una colpa e l’umanità un crimine. E chi dovrebbe indignarsi preferisce urlare “patrioti”, stringere mani, fare foto, restare allineato.
Poi ci chiediamo come nascono i regimi. Potrebbero nascere così: con dieci colpi alla schiena e una folla che applaude.
Ma non finisce qui. Perché esiste anche un’altra America che si sta ribellando. Esiste anche un’altra Italia che non è “Fozza Gioggia”. Un’Italia che non si inginocchia alla propaganda, che non confonde la violenza con la forza, che non chiama “ordine” l’ingiustizia. Un’Italia che non vuole diventare complice.
