Nel cuore dell’Appennino abruzzese, l’antica Aufidena, oggi Alfedena, era molto più di un semplice centro montano del Sannio romano. A raccontarlo è una curiosa scoperta archeologica pubblicata nel 1895 nel Bullettino della Commissione Archeologica Comunale di Roma, dove un dettaglio apparentemente secondario rivela un legame sorprendente tra il territorio di Aufidena e la capitale dell’Impero.

Durante alcuni lavori urbanistici eseguiti nella Roma di fine Ottocento, nell’area compresa tra via dei Serpenti, via di San Pietro in Vincoli e il Colosseo, vennero riportati alla luce resti di antichi edifici romani. Tra le macerie apparvero anche cinque frammenti di fistule acquarie in piombo, le tubature utilizzate nell’antica Roma per il trasporto dell’acqua verso abitazioni private, terme e edifici pubblici. Su questi frammenti comparivano iscrizioni incise nel metallo, veri e propri marchi di proprietà che indicavano il nome del possessore delle condutture o della famiglia legata alla loro produzione.

Su due di queste fistule era inciso il nome di Umbria Albina. Gli archeologi notarono immediatamente che quel nome non era sconosciuto: lo stesso marchio era infatti già apparso su alcune tegole rinvenute presso Alfedena, identificata con l’antica Aufidena. Questa coincidenza apriva uno scenario storico estremamente interessante.

Nel mondo romano i materiali da costruzione venivano spesso marchiati con il nome del proprietario delle fornaci, del produttore o della famiglia che controllava l’attività edilizia. Il fatto che il nome di Umbria Albina fosse presente sia nei reperti rinvenuti a Roma sia nei materiali scoperti ad Alfedena suggerisce l’esistenza di un collegamento economico diretto tra il territorio sannitico e la capitale imperiale.

Questo elemento permette di comprendere come Aufidena fosse perfettamente inserita nei meccanismi economici dell’Impero romano. Lontana dall’essere un luogo isolato tra le montagne, la città partecipava probabilmente alla produzione e alla circolazione di materiali edilizi destinati anche a contesti urbani importanti. Le fornaci, le proprietà agricole e le attività produttive legate all’edilizia rappresentavano infatti una delle grandi ricchezze del mondo romano.

Il nome stesso di Umbria Albina apre ulteriori interrogativi. Potrebbe trattarsi di una donna appartenente a una famiglia benestante o aristocratica, proprietaria di terreni, fornaci o impianti produttivi. Nella società romana non era raro che donne di rango elevato amministrassero patrimoni considerevoli e controllassero attività economiche legate alla produzione laterizia o alle proprietà fondiarie.

La scoperta assume quindi un valore che va oltre il semplice dato archeologico. Attraverso poche lettere impresse sul piombo e sull’argilla emerge il ritratto di una rete economica che collegava Roma alle regioni interne dell’Appennino. Aufidena appare così come un tassello vivo del sistema romano, un centro capace di dialogare con la capitale attraverso commerci, proprietà e produzioni specializzate.

È sorprendente pensare che un frammento di tubatura e alcune tegole marchiate possano raccontare, dopo duemila anni, la storia silenziosa di relazioni economiche e sociali tra Roma e Alfedena. Eppure è proprio questo il fascino dell’archeologia: trasformare piccoli dettagli dimenticati in tracce preziose della vita quotidiana del mondo antico.

Fonte: Bullettino della Commissione Archeologica Comunale di Roma, anno XXIII, 1895.