Ci sono animali che l’uomo ha perseguitato non per ciò che facevano, ma per ciò che si raccontava su di loro. Il gipeto è uno di questi. Un grande rapace delle montagne, maestoso, silenzioso, diverso da tutti gli altri. Per anni fu accusato di uccidere agnelli, di minacciare i pascoli, di essere una creatura pericolosa. Una condanna costruita sulla paura, non sui fatti.

La verità era un’altra, e oggi pesa come una ferita aperta: il gipeto non era un predatore di greggi. La sua alimentazione era, ed è, composta quasi interamente da ossa. Non carne fresca, non animali vivi, non agnelli portati via dagli alpeggi. Ossa. Resti di carcasse già morte, raccolti tra rocce e pendii, poi lasciati cadere dall’alto per spezzarli e poterli ingoiare.

Io trovo terribile pensare che un animale così utile all’equilibrio delle montagne sia stato trasformato in un nemico pubblico. Il gipeto ripuliva l’ambiente, chiudeva il ciclo naturale della morte, faceva ciò che la natura gli aveva affidato. E invece fu trattato come una minaccia.

Dal 1875 in Italia venne persino riconosciuto un premio per chi lo abbatteva: venti lire a esemplare. Una taglia vera e propria. Così la superstizione diventò incentivo, l’errore diventò caccia, la leggenda diventò sterminio.

L’ultimo gipeto delle Alpi italiane fu ucciso nel 1913 nell’area del Gran Paradiso. Con quel colpo non morì solo un animale: si spense una presenza antica, cancellata per una colpa mai provata. Anzi, per una colpa falsa.

Solo molti decenni dopo l’uomo ha provato a riparare il danno. Nel 1986 è iniziato un progetto di reintroduzione sulle Alpi, lento, difficile, delicatissimo. Oggi alcuni gipeti sono tornati a volare anche sul versante italiano dell’arco alpino, ma la loro presenza resta fragile. Una specie eliminata in pochi decenni ha bisogno di generazioni per ritrovare spazio, sicurezza, fiducia.

Per quanto riguarda Alfedena e il Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise, non risultano presenze stabili o nidificazioni documentate del gipeto. Si può parlare, al massimo, di possibili passaggi occasionali o avvistamenti rari nell’Appennino, ma non di una popolazione residente nel PNALM. Su questo punto è importante essere prudenti: il gipeto è soprattutto legato oggi ai progetti alpini di reintroduzione.

Questa storia, però, riguarda anche noi. Perché ogni volta che un animale viene giudicato sulla base di una diceria, ogni volta che la paura sostituisce la conoscenza, il rischio è sempre lo stesso: distruggere ciò che non abbiamo nemmeno provato a capire.

Il gipeto non rubava la vita. Restituiva pulizia alle montagne.

E noi, per troppo tempo, abbiamo sparato contro un innocente.