Alfedena ha nel suo cuore, luoghi che non si limitano a stare fermi nello spazio. Restano in ascolto. Custodiscono il rumore dei passi antichi, il fiato delle montagne, le parole perdute di un popolo che abitava queste terre quando Roma era ancora un’ombra lontana sulle colline del Lazio.
Nel cuore del borgo antico, ai piedi della scalinata che sale verso la parte alta dell’abitato, esiste una piccola piazza lastricata che oggi molti attraversano senza fermarsi davvero. Eppure quella piazza, incastonata tra muri di pietra e silenzi appenninici, sembra custodire qualcosa di più profondo di una semplice funzione urbana: è una soglia.
Il disegno geometrico della pavimentazione richiama un movimento circolare, quasi un’onda di pietra che converge verso il simbolo centrale. Là, nel mosaico chiaro che interrompe il selciato scuro, compare una figura stilizzata: un animale essenziale, arcaico, quasi tracciato con il gesto rapido di una mano pastorale. Non è soltanto un ornamento moderno. È un richiamo identitario. Un’eco sannitica.
L’antica Aufidena, da cui Alfedena deriva il proprio nome storico, occupava una posizione strategica lungo i percorsi montani che attraversavano l’Appennino sannita. Gli archeologi hanno individuato sull’altura dominante i resti dell’antico insediamento fortificato, segno di una presenza che non aveva soltanto carattere abitativo, ma anche civile, militare e simbolico.
Non è difficile immaginare che proprio l’area oggi occupata dal borgo storico conservi la memoria della funzione originaria del luogo. Prima delle case, prima delle trasformazioni moderne, prima delle sovrapposizioni che ogni secolo deposita sulle pietre, esisteva probabilmente uno spazio comunitario legato alla vita collettiva degli antichi abitanti di Aufidena. Una piazza primitiva, forse irregolare, forse sacra, certamente centrale.
I Sanniti non costruivano piazze monumentali come i fori romani. I loro spazi pubblici erano luoghi di incontro e decisione, punti di convergenza tra la dimensione civile e quella religiosa. Qui si amministravano alleanze, si organizzavano transumanze, si celebravano riti legati alle stagioni e alla guerra. La montagna era parte del loro pensiero politico, non semplice sfondo ma presenza viva, compagna di difesa e di identità.
La piazza sotto la scalinata sembra conservare proprio questa funzione simbolica di passaggio: dal basso verso l’alto, dal quotidiano verso il luogo del controllo e della difesa. Le scale che risalgono il pendio conducono verso il punto più alto dell’abitato, dove si concentra da secoli il senso strategico del paese. Il castello visibile oggi appartiene alla storia medievale del borgo, ma il luogo che occupa sembra custodire una funzione difensiva molto più antica, forse già sannitica.
Ed è proprio qui che il paesaggio si fa racconto. Il Medioevo, ad Alfedena, non sembra aver inventato tutto da capo. Piuttosto ha raccolto un’eredità più remota, riutilizzando un’altura che forse era già sentinella ai tempi di Aufidena. Così la salita verso la parte alta del paese ripete, inconsapevolmente, un gesto millenario: ascendere verso il luogo del presidio, della vigilanza, della protezione.
Anche il nucleo più antico del borgo conserva ancora oggi questa struttura raccolta fatta di vicoli stretti, aperture improvvise e piccoli slarghi che sembrano nati più dall’ascolto della roccia che da un progetto urbanistico imposto. Tutto, qui, sembra obbedire a una logica antica di adattamento, difesa, permanenza.
Camminando in quella piazza si avverte una continuità sottile. Le pietre moderne dialogano con la memoria antica. Il mosaico centrale non tenta di ricostruire il passato: lo evoca. Come se Alfedena avesse scelto di lasciare un segno visibile della propria origine sannita nel punto esatto in cui il borgo più recente incontra il respiro di Aufidena.
E forse è proprio questa la funzione più autentica della Piazza Sannitica di Alfedena, ieri come oggi: essere luogo di raccordo. Tra salita e sosta. Tra comunità e difesa. Tra il paese che si vede e quello che sopravvive sotto la superficie, nascosto nelle pietre, nelle quote, nei nomi.
Perché sotto ogni paese d’Appennino ce n’è quasi sempre un altro. Più antico. Più severo. Più silenzioso.
Ad Alfedena, quel paese continua a parlare.
E lo fa ancora dalla sua piazza.