Si chiamava Renee Nicole Good. Aveva 37 anni. Era madre di tre figli. Era poetessa, scrittrice, una donna descritta da chi l’amava come una delle persone più gentili che si potessero incontrare.
Ho già scritto dell’omicidio. Ho raccontato i fatti, le dinamiche, le parole ufficiali. Ma oggi sento il bisogno di scrivere come essere umano, prima ancora che come voce pubblica. Perché questa storia mi ha colpito nel punto più scoperto, quello in cui capisci che il confine tra “loro” e “noi” è un’illusione fragile. Perché poteva accadere a tutti noi.
Renee è stata uccisa a poco più di un chilometro dal luogo in cui, nel 2020, venne assassinato George Floyd. Minneapolis. Stessa città. Stesso dolore che ritorna, come un’eco che non smette di rimbalzare nella storia americana. Come se la memoria non fosse bastata. Come se le promesse non avessero avuto il tempo, o la volontà, di diventare realtà.
Renee non era una minaccia. Non era un simbolo. Non era un titolo di giornale.
Era una madre che teneva insieme una vita complessa. Era una donna che scriveva parole per capire il mondo. Era qualcuno capace di gentilezza in un tempo che premia la durezza. Era una cittadina disarmata.
Eppure qualcuno ha potuto spararle a bruciapelo e chiamare tutto questo autodifesa.
Quando puoi uccidere una persona disarmata e archiviare il gesto come procedura, non è applicazione della legge. È impunità. È barbarie. È la normalizzazione della morte altrui, purché avvenga dalla parte “giusta” del potere.
E sarebbe un errore pensare che tutto questo riguardi solo gli Stati Uniti.
Anche qui, in Italia, con l’attuale governo di destra, la libertà è stata violata. È accaduto quando i primi ragazzi a Napoli sono scesi in piazza per manifestare contro gli abusi di Israele sul popolo Palestinese e sono stati accolti non dall’ascolto, ma dalle manganellate. Quando protestare pacificamente diventa una colpa da reprimere con la forza, la democrazia comincia a incrinarsi.
Questo governo ha superato un limite morale nel momento in cui ha giustificato il genocidio dei palestinesi, scegliendo di voltarsi dall’altra parte e rendendosi complice con il silenzio. Lo ha superato quando ha liberato un torturatore, stupratore di minorenni e criminale internazionale. Lo ha superato quando ha accolto il ritorno di un assassino detenuto negli Stati Uniti come se fosse una sorta di novello Gesù, riscrivendo la realtà pur di costruire propaganda.
Ha superato il limite anche giustificando di fatto l’intervento degli Stati Uniti in Venezuela, piegandosi a una narrazione di potere che nulla ha a che fare con l’autodeterminazione dei popoli. E continua a superarlo ogni giorno nel tentativo di umiliare e demolire la magistratura, perché quando il potere non tollera controlli, la libertà diventa un ostacolo da rimuovere.
C’è qualcosa di profondamente ingiusto in tutto questo. Qualcosa che non riguarda solo una nazione o un singolo episodio, ma il modo in cui il potere sceglie chi è degno di vivere, di parlare, di essere ascoltato. La vita umana non è negoziabile. La sicurezza non può essere costruita sul sangue. La forza non può sostituire la giustizia.
Negli USA di Trump, come nell’Italia di oggi, queste morti e queste violenze pesano come macigni sull’idea stessa di democrazia. Perché una democrazia muore ogni volta che l’abuso diventa norma e la responsabilità un optional. Muore quando la paura vale più dei diritti. Muore quando la vita di qualcuno vale meno perché è più facile da eliminare o da zittire che da ascoltare.
Renee Nicole Good non è morta solo sotto i colpi di una pistola. È morta dentro un sistema che ha smesso di vedere le persone prima dei bersagli. È morta in una cultura che chiama sicurezza ciò che è violenza, ordine ciò che è repressione, autodifesa ciò che è abuso. Ed è questo che fa più male.
Scrivo perché non voglio abituarmi. Scrivo perché non voglio accettare che tutto questo sia inevitabile. Scrivo perché dietro quel nome c’erano tre figli, parole non ancora scritte, abbracci non dati, giorni che non torneranno.
E scrivo perché, se questa storia mi ferisce così profondamente, è perché parla anche di noi. Di quanto siamo vulnerabili. Di quanto sia sottile la linea che ci separa, ovunque viviamo, dal diventare all’improvviso una notizia.
