Mi è stato proposto privatamente un quesito da un ragazzo, mi permetto di renderlo pubblico con la mia risposta perchè lo trovo interessantissimo.
È una domanda che, a prima vista, può sembrare provocatoria: può una persona omosessuale difendere i diritti dei palestinesi? Eppure, se ci si ferma un momento a riflettere, la questione tocca il cuore stesso dell’universalità dei diritti. In tempi in cui tutto tende a dividersi in schieramenti, in appartenenze contrapposte, questa domanda suona come una richiesta di coerenza morale.
C’è chi pensa che chi appartiene a una minoranza discriminata debba preoccuparsi solo della propria causa, come se la sofferenza degli altri fosse un lusso o una distrazione. Ma i diritti, se sono davvero tali, non conoscono confini né categorie. Difendere i palestinesi non significa approvare ogni aspetto della loro società, così come battersi per i diritti delle donne non implica accettare ogni cultura che le opprime. Significa riconoscere che l’ingiustizia, ovunque si manifesti, è una ferita che riguarda tutti.
La realtà nei territori palestinesi è complicata, e lo è ancora di più per chi appartiene alla comunità LGBTQ+. In Cisgiordania l’omosessualità non è formalmente un reato, mentre nella Striscia di Gaza resta tecnicamente illegale secondo vecchie leggi mai abolite, anche se raramente applicate. Ma il problema, più che nelle leggi, sta nella società: nel peso della religione, nella pressione delle famiglie, nel concetto d’onore, nel silenzio imposto. Molte persone gay o trans palestinesi vivono nascoste, non per paura del carcere, ma del rifiuto, dell’isolamento, della violenza.
Esistono associazioni che provano a dare loro voce e protezione, ma lo fanno in un contesto ostile, spesso rischiando molto. È chiaro, quindi, che la Palestina non è oggi un luogo sicuro per chi è omosessuale. Eppure, questa realtà dolorosa non basta a dire che un gay non possa, o non debba, difendere i diritti del popolo palestinese.
Chi crede nei diritti civili lo fa, o dovrebbe farlo, in nome di un principio che va oltre se stesso: nessun essere umano merita di vivere sotto oppressione. Le ingiustizie si somigliano: il razzismo, il sessismo, l’omofobia, il colonialismo sono espressioni diverse di una stessa logica di dominio. Chi ha provato sulla propria pelle la discriminazione sa cosa significhi essere privato della dignità, e proprio per questo può riconoscere l’ingiustizia anche quando non lo riguarda direttamente. Difendere i palestinesi, per una persona omosessuale, può diventare un modo per estendere la propria battaglia oltre i confini della propria identità, per affermare che la libertà non si misura in frammenti.
Certo, c’è chi vede una contraddizione in tutto questo. Come si può sostenere una causa che nasce dentro una cultura che, almeno in parte, respinge i diritti LGBTQ+? La risposta sta nel modo in cui si intende la solidarietà. Non è una scelta tra “buoni” e “cattivi”, ma un atto di opposizione ai sistemi che negano la libertà, ovunque si trovino. L’impegno per la Palestina non significa chiudere gli occhi davanti alle discriminazioni interne, né giustificare l’omofobia in nome della causa nazionale. Significa tenere insieme due verità: che un popolo può essere vittima di un’ingiustizia storica e, al tempo stesso, non immune da ingiustizie proprie. Si può condannare l’occupazione e, nello stesso tempo, sostenere chi, dentro quella società, lotta per l’uguaglianza di genere e per la dignità delle persone LGBTQ+.
In questo senso, la figura di un gay che difende i palestinesi non è un paradosso, ma un atto di coerenza morale. È la convinzione che la libertà di ciascuno valga quanto quella di tutti, che i diritti non siano premi da assegnare ai meritevoli, ma condizioni minime dell’essere umano. È un gesto di empatia politica e personale: vedere nell’altro non un alleato perfetto, ma una persona che soffre, e decidere comunque di stare dalla sua parte.
Difendere i palestinesi, per un omosessuale, significa in fondo difendere anche se stesso. Perché ogni volta che un diritto viene negato, la libertà si restringe per tutti, anche per chi non se ne accorge.
Alla fine, la risposta è semplice, anche se costa: sì, è giusto. È giusto e forse necessario che chi ha conosciuto l’emarginazione scelga di non voltarsi dall’altra parte. Non per ideologia, ma per coerenza. Perché la giustizia, come la dignità, non può essere parziale. È universale, o non è giustizia.
