C’è un uccello che ogni volta che ne leggo o ne vedo una fotografia mi lascia addosso una strana malinconia, quasi un rimpianto per qualcosa che non ho mai vissuto. Si chiama capovaccaio e no, non è bello. Non è un uccello elegante nel senso comune del termine. Ha un aspetto ruvido, antico, quasi sgraziato, con quel volto giallo e severo che sembra arrivare da un mondo primordiale.
Eppure proprio per questo mi colpisce. Il capovaccaio è il più piccolo degli avvoltoi europei ed è uno di quegli animali che non esistono per piacere ai nostri occhi, ma per tenere in piedi un equilibrio. Si nutre di carcasse e resti organici, ripulendo l’ambiente e contribuendo a limitare la diffusione di malattie. È un netturbino della natura, silenzioso e indispensabile.
Purtroppo oggi è una specie in grave pericolo. In Italia ne restano pochissime coppie nidificanti, concentrate soprattutto nel Sud, tra Sicilia, Calabria e Basilicata. Un tempo il suo areale era più ampio, ma negli anni il capovaccaio è stato spinto sempre più ai margini.
Lo hanno colpito l’uso criminale dei bocconi avvelenati, lasciati spesso per eliminare predatori ma capaci di sterminare anche animali innocenti come il capovaccaio; la scomparsa della pastorizia tradizionale, la riduzione del cibo disponibile, il disturbo vicino ai nidi, gli elettrodotti pericolosi e la trasformazione degli ambienti naturali. Essendo un migratore, poi, affronta anche un viaggio lunghissimo verso l’Africa, pieno di rischi invisibili.
Il punto è proprio questo: il capovaccaio non viene quasi mai colpito perché qualcuno ce l’ha direttamente con lui. Muore perché mangia quello che trova. Se una carcassa è contaminata dal veleno, se un’esca tossica viene lasciata nei campi o tra i pascoli, questo uccello può diventare una vittima collaterale della stupidità e della crudeltà umana. E così un animale nato per ripulire la natura finisce ucciso proprio da ciò che l’uomo ha sporcato.
Ad Alfedena, almeno per quanto risulta, il capovaccaio non ha mai nidificato. Da noi potrebbe comparire solo di passaggio, come un’apparizione rara nel cielo d’Abruzzo. Ma io lo confesso: vedere un giorno un capovaccaio volare sopra Alfedena è un mio sogno personale.
Oggi nidifica soprattutto in aree rupestri del Meridione, scegliendo pareti rocciose, gravine, canyon e zone aperte dove può trovare cibo e tranquillità. Le presenze più importanti in Italia sono in Sicilia, Calabria e Basilicata. Sono territori aspri, assolati, spesso difficili da raggiungere, proprio quelli in cui questo uccello riesce ancora a trovare un minimo di silenzio per riprodursi.
Per salvarlo servirebbe prima di tutto smettere di avvelenare la natura. Servirebbero controlli seri contro i bocconi avvelenati, tutela dei siti di nidificazione, elettrodotti messi in sicurezza, meno disturbo umano nelle zone sensibili, sostegno ai centri di recupero e ai progetti di ripopolamento. Servirebbe anche una nuova cultura della convivenza, capace di capire che un animale brutto, strano o poco amato può essere essenziale quanto il più celebrato dei simboli della natura.
Non sogno il capovaccaio sopra Alfedena perché sia bello. Lo sogno perché la sua presenza vorrebbe dire che il nostro territorio è ancora abbastanza selvaggio, pulito e vivo da poter accogliere anche creature difficili, strane, imperfette e preziose. Vorrebbe dire abitare un mondo meno addomesticato, meno ferito, più vicino alla natura vera.