Per capire davvero cosa siano i sampietrini di Roma bisognerebbe abbassare lo sguardo e ascoltare quelle pietre nere, levigate dal tempo e dai passi. Non raccontano soltanto la storia della capitale. Parlano di uomini arrivati dalle montagne d’Abruzzo, di cave scavate nel ventre della terra, di mani segnate dalla fatica e di una cooperativa operaia nata nell’Ottocento per difendere un mestiere duro, preciso, quasi scomparso.

La storia della Società Cooperativa Selciatori di Alfedena appartiene a quel mondo di lavoratori specializzati che contribuirono, pietra dopo pietra, alla costruzione materiale della Roma moderna dopo l’Unità d’Italia. Quando Roma diventò capitale nel 1870, la città si trasformò in un enorme cantiere. Le vecchie strade andavano rifatte, i nuovi quartieri collegati, le piazze sistemate. Servivano materiali resistenti, capaci di reggere il traffico crescente di carrozze, carri e, più tardi, automobili. Il basalto vulcanico estratto nelle cave dei Colli Albani divenne fondamentale per la pavimentazione urbana.

Fu in quel contesto che molti uomini provenienti dall’Abruzzo meridionale si spostarono verso le cave attorno a Roma. Tra loro c’erano gli abitanti di Alfedena, piccolo paese dell’Alto Sangro dove il lavoro della pietra era diventato una tradizione familiare, tramandata di generazione in generazione. Molti si stabilirono nelle zone di Laghetto e Monte Compatri, vicino alle cave di basalto utilizzate per produrre i celebri sampietrini romani.

Il lavoro del selciatore era durissimo. I grandi blocchi di pietra vulcanica venivano estratti dalle cave e poi spezzati a mano. Ogni masso andava osservato, capito, quasi interrogato prima del colpo decisivo. Le venature interne potevano determinare una frattura perfetta oppure la perdita completa del blocco. Gli strumenti erano semplici e spietati: mazze pesanti, scalpelli, martelli e cunei di ferro. I selciatori lavoravano per ore nella polvere, nel rumore secco dei colpi, sotto il sole o nel freddo delle cave. Le mani si consumavano in fretta, i corpi erano sottoposti a uno sforzo continuo e gli incidenti facevano parte del mestiere.

Attorno a quel lavoro esisteva una vera organizzazione. C’erano gli uomini incaricati delle esplosioni nelle cave, quelli che dividevano i grandi massi e infine gli artigiani specializzati nella rifinitura dei blocchi destinati alle strade. Il 14 dicembre 1890 nacque ufficialmente la Società Cooperativa Selciatori di Alfedena. Non fu una semplice associazione di mestiere. Fu una risposta collettiva alla durezza del lavoro e alle ingiustizie del tempo. In un’Italia ancora segnata da forti disuguaglianze sociali, quei lavoratori decisero di unirsi per difendere la propria professionalità, proteggersi dallo sfruttamento e garantire occupazione ai soci.

All’inizio l’ingresso nella cooperativa era riservato agli uomini originari di Alfedena. Non era solo una scelta identitaria. Era anche un modo per custodire un sapere tecnico nato dentro la comunità e trasmesso attraverso famiglie, parentele, apprendistato e fatica condivisa. Con il passare degli anni la cooperativa divenne un piccolo mondo sociale. Attorno ai lavoratori delle cave si svilupparono forme di assistenza reciproca, spazi di ritrovo e attività commerciali legate alla vita quotidiana dei soci.

Nel frattempo Roma cresceva. I sampietrini lavorati dai selciatori abruzzesi finirono nelle strade del centro storico, nelle piazze monumentali e nei percorsi urbani che ancora oggi caratterizzano l’immagine della capitale. L’emigrazione dei selciatori trasformò anche il territorio attorno alle cave laziali. Località come Laghetto cambiarono volto grazie alla presenza delle comunità abruzzesi. Intorno alla pietra nacquero case, botteghe, legami familiari e nuove forme di vita collettiva.

Per molti uomini di Alfedena esisteva una doppia appartenenza: nei periodi agricoli si tornava ai campi e ai pascoli del paese d’origine; nel resto dell’anno si lavorava nelle cave e nei cantieri laziali. Nel Novecento il mestiere del selciatore raggiunse il suo apice, ma iniziò lentamente anche il suo declino. L’arrivo dell’asfalto moderno e delle nuove tecniche di pavimentazione ridusse progressivamente la richiesta dei tradizionali sampietrini. Con il passare dei decenni diminuì anche il numero dei soci della cooperativa.

Ad Alfedena c’è ancora oggi il Monumento al Selciatore, memoria concreta di quegli emigranti della pietra che per generazioni lasciarono il paese per lavorare nelle cave del Lazio e nelle strade di Roma. Oggi quel mestiere sopravvive nella memoria, nelle vecchie pavimentazioni della capitale e negli ultimi selciatori che ancora intervengono per riparare, sistemare e conservare le strade storiche. Sono figure sempre più rare, custodi di una tecnica manuale che nessuna macchina riesce davvero a sostituire.

Basta attraversare Roma dopo la pioggia e osservare i riflessi della luce sui sampietrini per capire che quelle pietre raccontano ancora qualcosa. Raccontano la storia di uomini dimenticati dalla grande storia ufficiale, ma fondamentali nella costruzione materiale della città moderna. Uomini che non hanno inciso il proprio nome sul marmo dei monumenti, ma lo hanno lasciato sotto i passi quotidiani di milioni di persone.

Fonti
Sampietrino.it, “Selciatori”, “Storia”
Il Graffio, “I sampietrini e l’eccellenza artigiana dei selciatori di Alfedena”
QualcheRiga.it, “I selciatori di Alfedena. Una storia da (ri)scrivere”
Comune di Colonna, “Gli artisti del selciato che hanno fatto la storia di Colonna”
Romano Maurizio, Confine Ultimo Tra Agro e Urbano