In questi giorni torna inevitabilmente alla mente quanto accaduto il 7 marzo 2026, in località Colle Alto, nel comune di Alfedena, dove sono stati rinvenuti i resti ossei di un orso bruno marsicano all’interno dell’Area Contigua del Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise. Secondo gli accertamenti dei Guardiaparco, si tratta di un esemplare giovane, con un’età stimata tra i 6 e gli 8 anni, identificato attraverso l’analisi del cranio e dell’usura dentaria. Lo scheletro è stato trovato parzialmente articolato e disposto in modo simmetrico, un elemento che lascia ritenere che l’orso sia morto proprio nel punto del ritrovamento. A causa dello stato dei resti, non è stato possibile stabilire con certezza le cause della morte. È un fatto che riporta ancora una volta l’attenzione sulla fragilità dell’orso bruno marsicano, una delle specie più rare e preziose del patrimonio naturale italiano, e sulla necessità di continuare a monitorarne e proteggerne la popolazione con serietà e continuità.
Attorno a temi come questo, però, il dibattito pubblico si accende quasi sempre in modo rapido e spesso superficiale. Sui social si moltiplicano giudizi, accuse e semplificazioni, e molto spesso il PNALM viene attaccato per una presunta incapacità di gestire la fauna selvatica, dai lupi agli orsi, fino alle volpi e ad altre specie che vivono e si spostano continuamente sul territorio. Ma è proprio qui che bisognerebbe fermarsi un momento e riportare la discussione su un piano più concreto. Parlare è facile, gestire davvero la presenza della fauna in un territorio vasto, complesso e aperto è tutt’altra cosa. Gli animali selvatici non seguono ordini, non restano confinati entro limiti amministrativi, non “eseguono” direttive e non si muovono secondo le polemiche del momento. Si spostano, si adattano, rispondono agli equilibri dell’ambiente e alle pressioni che subiscono. Pretendere risposte immediate e assolute da chi ogni giorno lavora sul campo significa non comprendere la natura stessa del problema.
Per questo ritengo che il lavoro del Parco vada difeso, pur senza negare le difficoltà reali che esistono. Difendere il PNALM non significa sostenere che tutto sia perfetto, ma riconoscere che la gestione della fauna selvatica è una materia complessa, delicata, fatta di monitoraggi, prevenzione, interventi, mediazioni e responsabilità. È molto più semplice scrivere un commento indignato online che affrontare sul serio la convivenza tra grandi carnivori, allevamento, comunità locali e tutela della biodiversità.
In questo quadro si inserisce anche il grande dibattito sui lupi e, più in generale, sugli abbattimenti. Nel 2025 è stato pubblicato su Science Advances lo studio “Elusive effects of legalized wolf hunting on human-wolf interactions”. Ho sentito il dovere di approfondire il tema per capire se un abbattimento selettivo potesse davvero essere utile ad arginare le incursioni della fauna selvatica e i danni agli allevatori. Tengo a premettere che sono contrario a qualunque forma di abbattimento dei lupi, ma proprio per questo volevo verificare se anche la caccia, nei fatti, potesse essere considerata una soluzione sensata.
Lo studio analizza i dati di quattro stati americani tra il 2005 e il 2021 e arriva a una conclusione molto chiara: la caccia produce una riduzione intorno all’1-2% degli attacchi al bestiame, un effetto talmente marginale da non poter essere considerato una risposta efficace. Il senso di questo risultato è importante, perché smonta l’idea che eliminare i lupi rappresenti una scorciatoia concreta per risolvere il conflitto. Il parallelo con i gravissimi avvelenamenti illegali di Alfedena e Pescasseroli, pur nella differenza evidente tra un atto criminale e una misura formalmente legale, porta comunque nella stessa direzione: l’eliminazione dei lupi non funziona come soluzione reale e duratura.
Questo non significa ignorare il disagio degli allevatori, che esiste ed è concreto. Nel contesto locale, l’Ente Parco prevede risarcimenti per le predazioni, ma molti allevatori li considerano insufficienti e non si sentono realmente tutelati. In alcuni casi si arriva anche a contenziosi e cause contro il PNALM. È una frattura che non va minimizzata. Ma proprio per questo il punto non può essere ridotto al solito schema sterile fatto di accuse e contrapposizioni. La domanda vera è un’altra: si può cambiare passo e costruire strumenti più efficaci di prevenzione e sostegno? La risposta dovrebbe essere sì.
Se si trovassero approcci davvero innovativi e più incisivi, il conflitto tra allevatori e fauna selvatica potrebbe ridursi in modo concreto, non attraverso l’eliminazione, ma attraverso una gestione più intelligente della convivenza. Ridurre il danno, prevenire le predazioni, accompagnare chi lavora sul territorio, rafforzare le misure di protezione e costruire fiducia reciproca: è da qui che può nascere un equilibrio più stabile. Proteggere gli allevamenti e salvaguardare la fauna selvatica non sono obiettivi opposti. Al contrario, sono due facce della stessa responsabilità. Un futuro sostenibile nasce dalla coesistenza, non dall’eliminazione.
Ed è proprio in questa direzione che il PNALM, in questo stesso anno, ha dato vita a un nuovo progetto: Pasturs, un’iniziativa concreta che punta a rafforzare la convivenza tra attività umane e grandi carnivori. Inserito nell’anno internazionale dei pascoli e dei pastori promosso da FAO e ONU, il progetto porta nel Parco un modello già sperimentato: giovani volontari e volontarie affiancheranno allevatori e allevatrici nella gestione di greggi e mandrie, contribuendo anche all’applicazione delle misure di prevenzione contro le predazioni.
L’obiettivo è chiaro: sostenere la pastorizia, tutelare la biodiversità e costruire un dialogo reale tra chi vive il territorio e chi si occupa di conservazione. Ideato dalla cooperativa Eliante Onlus e realizzato dal Parco, Pasturs cerca ora nuovi volontari per l’estate 2026, con candidature aperte dal 20 marzo al 20 aprile. È un’iniziativa che prova a trasformare il conflitto in collaborazione, portando sul campo un’idea semplice ma decisiva: la coesistenza non si improvvisa, si costruisce con presenza, lavoro, ascolto e soluzioni concrete.
Forse è proprio questo il punto che troppo spesso sfugge nel rumore dei social. Il PNALM non opera in un laboratorio chiuso, ma in un territorio vivo, attraversato da animali liberi, da interessi diversi, da fragilità ecologiche e da tensioni sociali reali. Criticare è legittimo, ma liquidare il lavoro del Parco come se bastasse “fare di più” senza misurarsi con la complessità della realtà è ingeneroso e, spesso, profondamente ingiusto. La tutela della fauna selvatica non si fa con gli slogan, né con le scorciatoie. Si fa sul campo, ogni giorno, cercando un equilibrio difficile ma necessario tra conservazione, presenza umana e futuro del territorio.